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PDF Per un'analisi dell'italiano tradotto nei quotidiani: considerazioni preliminari sulla costituzione di un corpus
I dati relativi alle frequenze d’uso dei pronomi relativi il quale e cui seguono un trend comune a molti altri parametri. Si riscontra, infatti, un calo graduale e sistematico nei romanzi originali italiani in diacronia e, parallelamente, nei romanzi in traduzione, un calo dalla prima alla seconda fase e una ripresa nella terza. Già Cortelazzo (2010) aveva osservato una disponibilità leggermente maggiore per il pronome relativo nelle traduzioni; ciò detto, la “conservazione” di talune forme tradizionali non è prerogativa generale delle traduzioni tout court, ma, al contrario, differisce a seconda della fase storico-culturale su cui si concentra l’analisi.
Per un'analisi dell'italiano tradotto nei quotidiani: considerazioni preliminari sulla costituzione di un corpus
In questo gruppo rientrano la perifrasi progressiva e i pronomi personali, che oggi sono entrambi soggetti a fenomeni di ristandardizzazione. […] E la verità da portare in luce è proprio quella condizione di subalternità in cui si dibattono non solo gli scrittori ma tutti. Per la maggior parte dei parametri, però, è emerso che nella prima e nell’ultima fase considerata, quelle cioè interessate rispettivamente dai processi di standardizzazione e neostandardizzazione, le traduzioni si configurano come un fattore di stabilità e di ancoraggio all’italiano della tradizione letteraria. https://sapphire-whale-z3q8kk.mystrikingly.com/blog/traduzione-documenti-la-guida-completa-per-un-servizio-di-eccellenza In epoca contemporanea sembra essersi verificato un ridimensionamento nell’uso di queste espressioni, forse in reazione alla contaminazione tra scritto e parlato tentata nei decenni centrali del Novecento o forse anche perché sono un po’ passate di moda. Tra i tratti linguistici esenti da interferenza perché privi di un corrispettivo isomorfo in inglese vi sono forme lessicali enfatiche come la negazione rafforzata dalla particella mica, le locuzioni avverbiali senz’altro e meno male e l’interiezione magari.
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Tale riduzione generalizzata può essere interpretata come una preferenza per soluzioni che evitano l’uso del pronome oppure come un segnale dell’incertezza riguardo allo standard attuale del pronome di terza persona. Sembra, infatti, che i traduttori, e più tardi anche gli autori, abbiano spesso tentato di aggirare il problema omettendo del tutto il pronome soggetto oppure oscillando, in mancanza di un modello forte di riferimento, tra le forme lui/lei ed egli/ella, dove le prime sembrano oggi prevalere anche nella funzione di soggetto. Fatta questa precisazione, osserviamo che i risultati tenderebbero a confermare una progressiva riduzione del peso del congiuntivo nella narrativa in lingua italiana, tanto negli originali quanto nei romanzi in traduzione.
I dati relativi alle frequenze d’uso dei pronomi relativi il quale e cui seguono un trend comune a molti altri parametri. Il terzo macroparametro riguarda quei tratti molto frequenti in inglese che hanno analoghi italiani con frequenze d’uso molto più basse. Ancora una volta negli originali italiani si osserva una discontinuità nella seconda fase; se è vero che in questo periodo si rileva un nuovo «orientamento verso una lingua “viva” e moderna a partire dal rapporto tra parlato e scrittura letteraria» (Testa 1997, 273), permangono comunque usi più formali come il passato remoto. Data la necessità di un riscontro quantitativo sull’uso di tale costrutto in italiano, oltre a ricercare le desinenze del gerundio (come è stato già fatto da Cortelazzo 2007a) abbiamo associato tali desinenze a tutte le persone del presente del verbo stare, confidando in una maggiore attendibilità dei risultati data da una più puntuale contestualizzazione delle occorrenze. Come è noto, il pronome tradizionale neutro di terza persona esso sta uscendo dall’uso scritto anche nella funzione di complemento indiretto.
Anche in questo caso, quindi, si riscontra che mentre nella fase centrale lo stile delle traduzioni si distaccava da quello dei romanzi autoctoni per un minor livello di formalità, nelle traduzioni contemporanee vi è un relativo recupero di un tempo verbale sempre meno usato negli originali pubblicati nella stessa fase. Ancora una volta vale la pena ricordare che alcune case editrici insistono sull’uso del passato remoto nelle traduzioni anche laddove il traduttore aveva scelto il passato prossimo. Ribadiamo che non rientra negli obiettivi del presente studio speculare sulle cause di questo cambiamento. Notiamo solo che i dati ricavati per i romanzi autoctoni sembrerebbero confermare una tendenza a una trasmissione più diretta e concisa delle informazioni, come già aveva osservato De Mauro (1999, 194) e un certo snellimento della sintassi del periodo in linea con quanto avviene nelle altre lingue europee (Santulli [2009, 167] parla di una «tendenza alla disarticolazione»). La tradizionale propensione all’amplificazione e alla complessità sintattica, che si esprime anche nella lunghezza dei periodi, non solo sembra più contenuta nei testi tradotti (come aveva già notato Cortelazzo 2010, XV), ma è oggi meno accentuata anche nei testi letterari autoctoni.
Anche in questo caso essere e avere sono stati considerati sia come ausiliari che come verbi autonomi, dal momento che il rapporto tra trapassato remoto e trapassato prossimo è analogo a quello tra passato remoto e passato prossimo. Per appurare tale tendenza all’impoverimento, siamo ricorsi a un indice che misura la varietà lessicale denominato standardised type/token ratio (STTR) fornito dal software di analisi testuale WordSmith Tools. Questo indice è ottenuto mediante il ricalcolo da zero ogni mille vocaboli del rapporto in termini percentuali tra il numero delle parole diverse (type) e il totale delle parole o occorrenze (token) di un dato corpus; successivamente https://www.lagiornatadeltraduttore.it/ il programma procede al calcolo della media di tali rapporti percentuali.
Traduzioni dall’inglese
Al contrario dell’italiano, che è una lingua “a soggetto nullo”, l’inglese obbliga a impiegare un nome o un pronome in funzione di soggetto. Ci si chiede, allora, se le traduzioni dall’inglese mostrino un uso più frequente dei pronomi personali soggetto, come hanno dimostrato precedenti analisi condotte su corpora testuali differenti (per esempio Cortelazzo 2007b; Cardinaletti 2004). Quanto alle traduzioni, si osserva che, pur essendo toccatedal calo graduale nell’uso di questo tempo verbale, nella prima e nella terza fase presentano un maggior uso del passato remoto rispetto ai romanzi autoctoni, ulteriore indicazione di una strategia conservatrice e di una predilezione per un’idea di “standard letterario”. https://yamcode.com/deepl-translate-il-miglior-traduttore-al-mondo-2 Possiamo concludere, dunque, che la lingua delle traduzioni odierne, lungi dall’essere «livellata su un registro medio» (Coletti 2011, 49) è più formale e “corretta” rispetto a quella dei romanzi italiani.
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